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sabato 2 luglio 2011

Leadershippati.

Per tanti anni si è sentito parlare di personalizzazione della politica, ossia di quel processo che fa sì che ci si identifichi coi leader dei singoli partiti senza curarsi troppo dello schieramento in sè. L'Italia del dopo Tangentopoli ha vissuto sull'eterno referendum tra favorevoli e contrari a Silvio Berlusconi. Il suo ingresso in politica prometteva di cambiare la storia del nostro paese, ma il risultato finale è stato decisamente misero: una classe dirigente sempre più corrotta, professionisti delle poltrone ben ancorati al proprio posto, meritocrazia azzerata e cooptazioni mirate. Il tutto sulla pelle di un popolo la cui sovranità costituzionale suonava sinistramente beffarda di fronte a cotanta arroganza. Formalmente sovrani, sostanzialmente sudditi, i cittadini hanno ultimamente manifestato il loro sdegno per questo modo curioso di intendere gli affari pubblici. Sia chiaro che le colpe di tale deriva sono da estendere all'intera classe parlamentare che ha contraddistinto la recente storia repubblicana. Una parola straniera ha preso piede nel linguaggio politico italiano, stroncando sul nascere le plurime e legittime riflessioni popolari: leadership. Parola ripetuta come un mantra obbligatorio dalle forze in gioco, più preoccupate di trovare un simbolo visivo che una più urgente sintesi concettuale. Così tutti hanno aspettato il demiurgo, il principe machiavellico pronto a risolvere i molteplici problemi all'orizzonte, un qualcuno che fosse capace di trascinare le folle. 

Si è arrivati così alla sovraesposizione dei leader, dalle cui dichiarazioni si giocava il destino di tutti. Leader o meglio padroni fintamente democratici, legittimati da una legge elettorale sconcertante a nominare i rappresentanti di 60 milioni di cittadini. 
Nel PdL si sente spesso ripetere la formula "leadership indiscussa", ossia la perfetta aberrazione della dialettica politica, il completo svuotamento dell'essenza democratica. Dall'altra parte invece la discussione è stata ben più accesa, ma ha per lo più riguardato lotte di potere interne e non un reale scontro su visioni diverse.
Sto leggendo un libro molto interessante di Antonio Vitullo, filosofico esperto di marketing , che distrugge il concetto di leadership. Il titolo è fortemente simbolico: "Leadershit". L'idea di fondo è quella di rottamare la mistica del capo che indica la via ai propri seguaci per cambiarla con una più razionale presa di coscienza collettiva che renda più orizzontale l'intera società. "C'è tanto oggi sotto i nostri occhi. È importante riuscire ad andare oltre le solite parole. Leader, leadership, modelli per organizzare e farsi organizzare dal mondo, retoriche e mitologie che ci avvolgono come un velo sottile a confondere e coprire altri punti di vista sulla realtà".
In un mondo in cui diventa sempre più facile acquisire conoscenze, l'idea weberiana del potere carismatico appare sempre più anacronistica. È finito il tempo dei plebisciti e delle investiture. Meglio investire su se stessi e smettere l'abito da "fan". È ora di pensare con la propria testa, di cercare nuove strade, senza farsi etichettare in via pregiudiziale.
Questa sarebbe l'alba di una vera res publica. 

martedì 14 giugno 2011

Lunedì Sì fa la rivoluzione. Sì Sì Sì.

13 giugno: matrimonio con la democrazia
Per il terzo lunedì nel giro di un mese, l'Italia che ha smesso di ridere alle barzellette del suo non più ineffabile premier sorride di fronte ai risultati delle urne. Il paese della risatina di circostanza, accondiscendente davanti all'occupazione privatista della sfera pubblica, torna a guardare col sorriso sulle labbra un futuro che non sembra più una prospettiva utopica.
C'è chi ha ancora il coraggio di dire che questo referendum non deve avere una valutazione politica. Mi scappa da ridere: come si può non considerare il voto di ventotto milioni di italiani, quasi unanimi nel cancellare quattro pilastri legislativi del governo in carica, una chiara e luminosa risposta politica ? L'istituto referendario è l'atto politico per eccellenza perché chiama in causa, senza intermediazioni partitiche, i cittadini, interrogandoli sulla bontà o meno della condotta dei loro rappresentanti. La sovranità popolare viene in queste occasioni esercitata nel modo più chiaro possibile: sì o no, giusto o sbagliato. Una massa di persone ha scritto su quattro diverse schede che questo governo ha sbagliato; attraverso una partecipazione corposa ha avvertito parecchi cartonati immobili travestiti da politici che c'è una società in evoluzione, ormai disposta a informarsi per vie tortuose pur di avere coscienza e conoscenza di ciò che le succede intorno.
Hanno detto in molti che questo raggiungimento del quorum è frutto della definitiva affermazione della rete sulla televisione per quanto riguarda la comunicazione politica e i suoi derivati. Concordo solo in parte. È vero che la mobilitazione su internet ha aggregato un consenso insperato ma non bisogna dimenticare che la silenziosa marcia di uscita dal berlusconismo è cominciata dalla televisione, quando dieci milioni di persone hanno scelto di guardare Vieni via con me anziché inocularsi l'ennesima dose di Grande fratello. Era, guarda caso, sempre lunedì. Così com' era lunedì quando Gad Lerner nel corso della sua trasmissione rimbrottava aspramente l'intervento telefonico di Berlusconi, come al solito unilaterale e offensivo. Per non parlare di Annozero, talmente seguito che il premier gli ha attribuito responsabilità per la batosta elettorale. Non conta il mezzo, contano i contenuti; il segnale più positivo è semmai il fatto che di fronte ad un oscurantismo o a un deficit di credibilità della televisione, la gente riesca a trovare strumenti informativi alternativi e coinvolge i più restii a partecipare a questo processo di rinnovata educazione civica.
Il sì urlato in piazza.
Ho sentito Formigoni sostenere una tesi interessante, ossia che gli italiani avrebbero votato contro il governo qualsiasi   domanda inserita nei referendum perché la priorità popolare era mandare a casa Berlusconi. Forse sottovaluta un po' l'alta qualità dei quesiti proposti, ma probabilmente centra un problema cruciale: il paese non vuole più Silvio Berlusconi come capo del governo. In un certo senso è stato un referendum ad personam, soprattutto perché la gente che si spende quotidianamente per i temi pubblici non tollera più un leader teocratico ed egoista, mai in grado di scendere da un piedistallo sempre più simile al trespolo di un pappagallo in gabbia. Un primo ministro che ogni lunedì deve presentarsi in tribunale a rispondere di svariate accuse. Forse davvero le persone avrebbero votato qualsiasi cosa contro di lui, ma non lo avrebbero fatto per semplice presa di posizione: qualsiasi quesito posto dal popolo non può trovare risposta da chi lo governa, un uomo troppo coinvolto nel risolvere i propri problemi per occuparsi dei problemi di tanti. Meglio darsele da soli allora certe risposte. Sembra Marzullo, ma è democrazia.   

domenica 5 giugno 2011

Intervista a Giulia Innocenzi, volto di Annozero e autrice di "Meglio fottere".

La copertina del romanzo di Giulia Innocenzi.
Giulia Innocenzi è una ragazza in controtendenza rispetto ai "bamboccioni" evocati dal compianto Padoa Schioppa; trasferitasi a Roma per studiare alla Luiss otto anni fa, la ventisettenne romagnola ha bruciato le tappe: un'appassionata militanza politica nel mondo radicale, contraddistinta dall'impegno nell'associazione Luca Coscioni; la candidatura alla segreteria dei Giovani Democratici, con 12 mila voti riscossi, validi per ottenere il secondo posto; da 2 anni inoltre Michele Santoro l'ha scelta per condurre lo spazio dedicato ai giovani all'interno di Annozero. Giovani e politica quindi; due mondi che si sono spesso guardati con scetticismo ma anche con reciproca curiosità. Giulia ha riassunto l' esperienza accumulata e il suo punto di vista in un romanzo d'inchiesta intitolato "Meglio fottere.(che farsi comandare da questi)" (ed. Internazionali Riuniti), nel quale racconta 4 storie non vere ma verosimili di altrettanti giovani desiderosi di fare politica all'interno dei partiti, raffigurati con simbolici nomi di fantasia ma facilmente identificabili.

Qual è l'obiettivo del libro?
Denunciare il  malfunzionamento dei partiti, ormai ridotti a cordate di potere autoreferenziali e burocratiche. Ho voluto sottolineare i loro meccanismi di reclutamento, fondati su un sistema di cooptazione che fa sì che siano i peggiori e non i più meritevoli a occuparsi del bene comune.

Hai fatto una tesi sulla partitocrazia e conosci a fondo il mondo giovanile; come partecipano i giovani alla politica di oggi?
Credo che la logica partitica sia in forte calo; i ragazzi sono interessati e partecipano alla cosa pubblica, ma preferiscono farlo attraverso i movimenti, aggregandosi intorno ad alcuni pilastri come la Costituzione, la libertà e la lotta al precariato. Il successo del popolo viola è un esempio in tal senso.

Ecco, parliamo di movimenti. Tu hai visto da vicino la protesta degli "indignados" a Madrid; perché nei giovani italiani, alle prese con una situazione molto simile, non scatta la stessa scintilla?
Perché manca una piena consapevolezza della propria condizione; in Spagna i ragazzi dicono: "Non ci basta essere il futuro, vogliamo essere il presente"; i nostri invece, pur sapendo di vivere in un sistema che crea disuguaglianze, preferiscono attendere e magari trovare un posto all'interno di esso piuttosto che lottare per cambiarlo.

Come vedi Beppe Grillo? Un demagogo populista o un illuminato innovatore?
Ti rispondo come farebbero i suoi seguaci: è un comico. Sicuramente è stato bravo a portare al centro dell'agenda tematiche serie, parlando di ambiente, di meritocrazia, di conflitti di attribuzione e non solo; il problema è che a volte non capisce o finge di non capire che la politica è una cosa seria e che certe battute, vedi le storpiature dei nomi, tolgono inconsciamente credibilità a tutto il movimento.

Nel tuo libro la figura di Lisa, candidata a poco trasparenti primarie all'interno del "Partito di Tutti", è certamente la parte più autobiografica del romanzo. La tua critica alle poco democratiche nuove leve del partito è pungente; credi che una certa omologazione giovanile sia bipartisan?
Senza dubbio. Anzi. Spesso emergono giovani che parlano un linguaggio autoreferenziale e anacronistico, lontano dalla gente e sostanzialmente incomprensibile. Occorre che questi giovani leader ricomincino a sintonizzarsi con la società in cui vivono. (Ogni riferimento a Fausto Raciti, segretario dei Giovani Democratici e suo antagonista nelle elezioni di tre anni fa, non è puramente casuale..ndr).

Tu provieni dal mondo dei Radicali, non troppo brillanti nelle ultime consultazioni elettorali. Che apporto concreto potrebbero dare alla politica attuale?
Le idee radicali restano vincenti soprattutto su due aspetti: in ambito economico, attraverso la liberazione del mercato da lacci e lacciuoli, ponendo al centro del sistema l'individuo sulla scia del modello nordeuropeo; in ambito sociale, affrancando i singoli dall'ingerenza statale nelle decisioni più private, ossia le decisioni sul fine vita e la piena libertà sessuale. Trovo grave che ci sia poco spazio per un serio dibattito pubblico sul rapporto tra etica e politica.

Che conclusioni hai tratto del risultato delle amministrative?
C'è stato un netto scatto popolare; la gente si è stufata di incassare passivamente e si è mossa per un cambiamento. I sindaci che hanno ottenuto i maggiori consensi sono stati quelli capaci di stare in mezzo alla gente, di ascoltarne i bisogni e di creare un'empatia con un elettorato che ha valutato le singole persone e non le sigle politiche. Perciò si può dire che hanno vinto i cittadini e hanno perso i partiti.

Il crollo di consensi del premier è stato anche imputato alla mobilitazione femminile contro la mercificazione del corpo delle donne emerso dalle inchieste giudiziarie; a molte ospiti di Villa san Martino venivano promesse e talvolta concesse cariche istituzionali. E' una degenerazione dell'originaria idea delle "quote rosa"?
Anni fa ritenevo necessario riservare una porzione di "poltrone" alle donne, per fronteggiare un arroccato sistema maschilista, poco disposto a concedere possibilità a femmine meritevoli e capaci. La degenerazione del potere, coi suoi meccanismi di cooptazione, mi ha fatto cambiare idea: vedere certe donne in posizioni importanti è squalificante per tutte coloro che lottano per costruirsi il successo dignitosamente; meglio allora non contingentare e sperare che i cittadini siano in grado di scegliere i rappresentanti più idonei, uomini o donne che siano.

A proposito di pregiudizi maschilisti, Belpietro ti ha definito "velina di sinistra". Tu come lo definiresti?
(Ride) Belpietro è un giullare di destra che deve solo allietare il suo committente.

Per concludere, credi che i partiti possano riassorbire i bisogni della società, ristrutturandosi,o che siano destinati a scomparire?
Ho un'idea piuttosto radicale sul tema: credo che i partiti siano ormai obsoleti e che sia necessario trovare al più presto nuovi strumenti di partecipazione e di rappresentanza. Sto facendo un dottorato di ricerca su questo tema; spero di elaborare al più presto qualche soluzione adeguata.



 

sabato 4 giugno 2011

Il 2 giugno che vorrei.

La parata del 2 giugno.
Giovedì si sono tenute le consuete celebrazioni per l'anniversario del referendum istituzionale che nel 1946 sancì il passaggio dal regime monarchico a quello repubblicano. Fu un risultato sofferto, ottenuto con una maggioranza di circa due milioni di voti; la gente scelse di tagliare i ponti con quei Savoia riconosciuti in qualche modo complici del ventennio fascista che ammorbò la nazione. Degli anni dei totalitarismi ci restano tante immagini, ma quelle che personalmente mi impressionano maggiormente non sono quelle più violente, bensì quelle che richiamano una perfetta geometria dei movimenti e l'omologazione completa del singolo alla causa. Le grandi ostentazioni militari tedesche, salutate a braccio teso dal Fuhrer, così come le parate mussoliniane, sono esempi di come tanti individui possano marciare in una direzione in uno stato di completa fissità mentale. La perfezione di quei movimenti all'unisono e la maestosità dello schieramento sono stati simboli di propaganda, di un modo di concepire la politica attraverso lo sfoggio del proprio arsenale, annullando il pensiero individuale.
La sfilata delle Forze armate che caratterizza ogni anno la festività del 2 giugno mi sembra sempre più anacronistica e lontana dallo spirito repubblicano e costituente sprigionato 65 anni fa.
In quell'occasione i cittadini scelsero di abbandonare le rigidità del sistema monarchico e il suo carattere protocollare per calarsi in una nuova storia dinamica, incentrata su quel processo costituente che pochi mesi dopo avrebbe fornito al paese i pilastri cui reggersi. E allora perché non cambiare il senso del 2 giugno di oggi, abbandonando un tale sfoggio o magari inserendolo in un contesto più ampio e rappresentativo della società intera. Pensate quanto sarebbe più affascinante una parata "costituente", con gli articoli della Costituzione al posto dei reggimenti, i suoi destinatari al posto di fucili e divise. 
Berlusconi dorme alla parata.
Sarebbe un giorno in cui fermarsi a capire veramente il senso della repubblica, delle sue istituzioni, delle sue origini. Non capisco perché monopolizzare la festa con una parata fatta per lo più da corpi militari professionali che, dopo l'abolizione dell'obbligo di leva, non hanno un collegamento diretto con la società. Trovo appropriata e doverosa la corona d'alloro depositata presso il Milite Ignoto all'Altare della Patria in omaggio ai caduti di tutte le guerre, ma la successiva marcia di fronte alle autorità è una caricatura di tempi remoti e oltretutto costa una decina di milioni di euro. La società di oggi ha valori diversi e in una ricorrenza così importante forse sarebbe meglio mostrare anche quelli.
Invece il protocollo e la noia continuano a sfilare. Stavolta il sonnellino del premier è un po' più comprensibile.

lunedì 30 maggio 2011

Venti ed eventi travolgenti.

Pisapia, sindaco di Milano.
Era nell'aria. Forse non eravamo consci di quanto fossero forti queste folate e dubitavamo del fatto che un generico  dissenso potesse trasformarsi in un risultato elettorale così chiaro. Da mesi le piazze venivano riempite da manifestazioni che contestavano il governo;  la convinta celebrazione popolare dell'unità d'Italia opposta allo scetticismo leghista e la presa di coscienza delle donne italiane, sfociata nell'oceanica adunata dello scorso febbraio, sono solo gli esempi più eclatanti.  
La discesa in campo di Berlusconi nel '94 aveva generato entusiasmi trasversali; un imprenditore di successo, così lontano nei modi e nel percorso personale da quella vetusta classe dirigente della Prima repubblica, aveva illuso una popolazione storicamente avvezza ad affidarsi a una figura forte ed apparentemente innovativa nei momenti più cupi. E' durato molto l'idillio, seppur contraddistinto da fisiologici alti e bassi: una consistente parte del paese ha avuto una fiducia quasi incrollabile nei suoi confronti, perdonandogli una perenne asimmetria tra promesse e risultati effettivi. D'altra parte l'alternativa era latitante: una sinistra litigiosa, incapace di far convergere in una posizione unitaria la sua complessa dialettica interna, ha steso il tappeto rosso per anni al berlusconismo. La confusione del centrosinistra ha allontanato un elettorato che pretendeva risposte chiare a problemi specifici; così la semplicistica narrazione politica del PdL ha affascinato cittadini smarriti, poco propensi a seguire le diatribe dello schieramento opposto. I guai giudiziari e personali del premier non sembravano scalfire il generale consenso attorno alla sua coalizione, sospinta da una Lega capace di cavalcare la volontà di arroccamento settentrionale, sia verso il centralismo romano, sia verso le ondate migratorie. 
Il politologo Lazar diceva che Berlusconi e i suoi avevano vinto una guerra di valori; ed è proprio da una repentina svolta valoriale che è nata questa rivoluzione di maggio. In presenza di una situazione economica sempre più precaria, la gente ha trovato rivoltante l'approccio volgare e offensivo dell'ultima campagna elettorale: non ha più riso alle barzellette misogine di un presidente lontano anni luce dai problemi di una società evoluta, consapevole e indignata. I suoi candidati non hanno dato risposte, mettendo in piedi una cervellotica campagna fondata sull'odio e non sulla proposta. Stavolta gli italiani si sono ribellati a questa deriva civile: lo hanno fatto stringendosi intorno alla moderazione di Napolitano, ritrovando i suoi toni pacati nella positività di Pisapia e la sua rettitudine in Luigi De Magistris,  uomo proveniente da quella magistratura tanto derisa a destra; hanno sentito il bisogno di legalità, diffidando delle oscure collusioni di Lettieri a Napoli; hanno capito l'irreversibilità del processo multietnico, sbarazzandosi dello strisciante razzismo della Moratti a Milano; in generale hanno apprezzato un modo di fare politica diverso, una politica partecipata, fatta di primarie e presenza territoriale.
De Magistris e la festa di Napoli.
Così la sinistra ha colmato il gap mediatico, coinvolgendo e dando speranza a un popolo stanco di delegare. Così ha vinto e così dovrà governare, sfruttando questo ritrovato entusiasmo, senza smettere di ascoltare la sua base allargata. Le aspettative create non possono essere disattese. Sarebbe imperdonabile.  

mercoledì 25 maggio 2011

Domandare è lecito. Rispondere è democrazia.

I confronti televisivi tra candidati sono una risorsa informativa di cui gli italiani hanno dovuto troppo spesso fare a meno negli anni scorsi. La strategia prediletta è stata quella del propagandare il proprio messaggio attraverso testimonianze indirette, solitamente affidate a professionisti dello scontro verbale da talk show. Un pessimo servizio per la democrazia e certamente un ossimoro rispetto alla personalizzazione della politica avvenuta nell'ultimo decennio; parte in causa di questo degrado civico è stato l'atteggiamento accomodante di una certa stampa che ha permesso ai governanti eccessi oratori privi di contraddittorio.
Il logo della campagna spagnola.
Come ha evidenziato Travaglio in un recente pezzo sul Fatto Quotidiano, in Spagna sta raccogliendo grande attenzione una campagna lanciata da alcuni giornalisti, chiamata "sin preguntas no cobertura": la stampa non darà visibilità a quei politici che continueranno a convocare conferenze stampa senza che ci sia la possibilità di fare domande. Nei cinque celebri interventi di Berlusconi della scorsa settimana le domande c'erano, ma solo come costruzione di sceneggiatura: lo ha confermato l'Agcom con una sentenza che, nel punire l'eccesso di esposizione inopportuna del premier, sottolinea come tale presenza non sia stata supportata da alcuna notizia. In parole povere: non ha detto niente. E' solo colpa sua? No, non possiamo prendercela sempre con lui; un giornalista che ha l'occasione di un'intervista così importante, deve creare la notizia; ha il dovere deontologico di mettere alle corde il principale burattinaio del teatrino politico italiano. Purtroppo le linee editoriali di molti tg non lasciano spazio a questo tipo di giornalismo e sono fiancheggiatrici di quella politica che preferisce ricorrere a decreti piuttosto che a dibattiti parlamentari. 
Zedda e Fantola
Oggi ho visto confrontarsi su Sky i due candidati rivali di Cagliari, Zedda e Fantola; è stato un confronto acceso, in un clima per niente asettico e moderato con professionalità ed equilibrio da un giornalista serio; entrambi hanno mostrato la loro faccia, forse la migliore, senza ricorrere a provocazioni sterili e attacchi personali, cercando di convincere dialetticamente gli elettori attraverso i programmi.
I cittadini sardi hanno così giovato di un ulteriore elemento di riflessione per scegliere chi sarà la loro guida nel prossimo lustro. La loro scelta sarà più consapevole grazie anche alle domande cui è stata data risposta. 
Se vale il detto "domandare è lecito, rispondere è cortesia", non ci resta che sperare nella gentilezza dei prossimi rappresentanti.


martedì 24 maggio 2011

Le risposte primarie.

Correva l'anno 1492. Un condottiero genovese salpato da Palos de la Frontera con un equipaggio complessivo di 120 uomini, suddiviso in tre caravelle, sbarcò incidentalmente su una terra sconosciuta; stava cercando la via più breve per le Indie, ma sbagliò qualcosa; un suo marinaio, l'andaluso Rodrigo de Triana, fu il primo ad avvistare terra: Cristoforo Colombo aveva appena scoperto l'America. Fu un imprevisto, un perfetto esempio di quello che in filosofia si chiama eterogenesi dei fini: il fare qualcosa con l'intento di raggiungere uno scopo e poi, sorprendentemente, conseguire un risultato addirittura migliore.
Ricorda qualcosa: la recente storia del PD. Il meccanismo delle primarie ha superato l'intento del partito stesso; dovevano essere sostanzialmente investiture per i candidati imposti dal partito e invece le sorprese sono arrivate ovunque: i vendoliani Pisapia e Zedda, l'ex pm dell'Idv De Magistris, per non parlare di Renzi  a Firenze, hanno sbaragliato le scelte verticali della segreteria nazionale e aggregato un consenso insperato.
E così quel PD che cercava la sua rotta, scervellandosi su come abbattere il potere berlusconiano e molto propenso a cercare i voti necessari al centro, si è trovato fra le mani le risposte. 
I suddetti candidati hanno interpretato un desiderio di cambiamento che la classe dirigente democratica non aveva saputo intercettare; in molti sondaggi è emerso come l'elettorato di sinistra tollerasse sempre meno vedere le stesse facce al comando e la perenne litigiosità interna allo schieramento.
Le primarie hanno salvato un partito, che ha avuto comunque il merito e l'umiltà di rimettersi al giudizio effettivo dei suoi sostenitori prima di sottoporsi al voto popolare. Quando la sinistra ha smesso di inseguire il PDL sul piano individuale, ossia quando ha smesso di cercare una figura carismatica che potesse competere con la monocrazia mediatica del premier, ha cominciato a ritrovarsi; sul manifesto elettorale di Bersani campeggiava la scritta "Oltre": sperava di sorpassare il berlusconismo, ma i risultati del primo turno hanno oltrepassato  strategie e disegni del partito stesso.
E' un segnale che deve essere ricordato nelle prossime consultazioni: lontano dai salotti, a rispettosa distanza dalle chiese, quartiere per quartiere, senza lasciare nessuno indietro, la sinistra italiana può vincere. Senza ricorrere al "papa straniero", senza aspettare che sia la giustizia a toglierle il gusto della vittoria.

lunedì 23 maggio 2011

Un'estrema moderazione.

C'era da scommetterlo. La sbandierata intenzione dell'entourage del Pdl di tenere bassi i toni nella campagna elettorale milanese è naufragata rapidamente; il livore delle settimane che hanno preceduto il voto del primo turno continua a pervadere la comunicazione politica del sindaco uscente; dopo i falsi scoop personali, le visioni apocalittiche sui prossimi flussi migratori, le minacce di un' imminente deriva stalinista, sono arrivate anche presunte azioni violente di seguaci di Pisapia ai danni di un'indifesa sostenitrice della Moratti in un mercato cittadino. Fosse vero, l'episodio sarebbe di una gravità inaudita e riporterebbe lo scontro politico su piani che il nostro paese ha faticosamente messo alle spalle; fosse (come sembra da varie testimonianze) falso, il caso sarebbe ancora più allarmante; premesso che qualsiasi reato dovrebbe essere denunciato alle autorità competenti e non messo nel calderone mediatico in termini vaghi, appare imbarazzante l'irresponsabilità di chi, dall'alto di posizioni istituzionali, diffonde simili menzogne; Berlusconi ha parlato ai giornalisti in modo dettagliato dell'aggressione, dimenticando, forse per un'idiosincrasia cronica, di fare la stessa cosa con le forze che dovrebbero occuparsi del mantenimento dell'ordine pubblico; dall'altra parte Pisapia, "l'amico dei terroristi" e "ladro di auto", ha preferito seguire canali istituzionali, discutendo dei recenti episodi direttamente col questore; nonostante si accinga a "portare la droga a Palazzo Marino" e a trasformare Milano in una "zingaropoli", ha scelto nei fatti la via della moderazione; non per strategia ma per una semplice attitudine personale a fuggire lo scontro e a privilegiare la via del dialogo coi cittadini. Ascoltando ovunque ed evitando di inseguire la Moratti in argomenti extragovernativi.
In un recente messaggio Berlusconi si è detto preoccupato delle continue "contestazioni antidemocratiche" che hanno reso complicati gli ultimi comizi del sindaco uscente; tra questi estremisti, vale la pena di ricordarlo, anche un gruppo di disabili, apparentemente milanesi ma più probabilmente mandati dalla sinistra estrema a boicottare il lavoro svolto dalla Moratti nei servizi sociali.
Presidente, sia serio: continuare a vedere complotti e strategie estremiste dietro la figura di un candidato che ha iniziato la sua scalata da un partito col 4%, che ha sempre espresso posizioni garantiste, è una tesi tragicomica; denunciare, senza portare prove, episodi di violenza, rischia di scatenare un vortice inquietante. Cerchi piuttosto di capire i motivi veri di un cambiamento d'opinione, questo sì, davvero radicale ed estremo. Magari non vincerà la tornata elettorale, ma forse non perderà ulteriormente la residua dignità. In extremis.

sabato 21 maggio 2011

Il tramonto di un comunicatore.

E così Silvio Berlusconi ha ritrovato la parola. Ha confezionato cinque videomessaggi vagamente truccati da interviste per cinque diversi tg.
A mio modo di vedere, questa strategia è il più grosso errore comunicativo mai commesso dall'inquilino di Palazzo Chigi; innanzitutto, partiamo dalla scenografia: approssimativa, artefatta, asettica e distrattamente istituzionale: un drappo bizantineggiante  cela in parte i vessilli nazionali ed europei. Il set scelto marca un distacco evidente dai luoghi caldi dei ballottaggi, ponendolo su un piedistallo piuttosto inadeguato al momento storico; il premier, truccato all'inverosimile, è a primo impatto fin troppo simile alla memorabile imitazione di Sabina Guzzanti e la rigidità della sua posa, unita alla fissità dello sguardo, non trasmette quell'energia che ne ha contraddistinto i  migliori appelli. Appare stanco, lontano, né convinto, né convincente; le argomentazioni sono tanto superficiali quanto anacronistiche: vengono nuovamente rievocati gli spettri dei comunisti alle porte e l'incubo di una colonizzazione islamica, i problemi di sicurezza dati dai rom e l'inadeguatezza delle forze di estrema sinistra nella guida di Milano, specie con l'Expo vicino.
Su Napoli, invece, afferma che "non si può votare un ex pm d'assalto privo di qualsiasi esperienza amministrativa della città"; al di là del proverbiale attacco alla magistratura, stupisce il richiamo alla mancanza di esperienza gestionale, considerando il notorio sdegno del Presidente per i politici di professione.
Complessivamente è tutto il prodotto offerto a non convincere; l'idea che se ne ricava è quella di un Berlusconi alla ricerca del massimo risultato col minimo sforzo, privo di proposte e arroccato su dogmatismi sorpassati. Il tentativo di inculcare paura è sterile: come ho scritto ieri, soffia sul Mediterraneo e sulla politica in genere un vento di rinnovamento, portato da giovani dinamici, organizzati in movimenti e mal disposti a moniti e convenzionalismi. Preferiscono delle sincere maniche rimboccate ad abiti e posture impeccabili. I cinque messaggi hanno l'aria del 'già sentito', non emozionano. Forse perchè neanche il premier si emoziona più, forse perchè sente che la terra sotto trema e che il castello sta crollando. Arrivano da tutte le parti e lui sembra un pugile suonato, ormai sulle gambe. Un'evoluzione sociopolitica presuppone una narrazione efficace e sognante; una volta, Berlusconi si presentava al telefono come 'il sogno degli italiani'. Adesso le sue telefonate sono più infelici e forse la maggioranza di quei sogni hanno voci, facce e sfondi che non potrebbero essere più diversi.

giovedì 19 maggio 2011

Nessun apparentamento. Apparentemente.

Le forze politiche escluse dai ballottaggi del 29 maggio si sono quindi pronunciate: nessuna indicazione di voto ai propri elettori del primo turno. Ognuno faccia la sua corsa. Nessun apparentamento. 
Ma sarà veramente così? Partiamo da una premessa: la scarsa capacità di mobilitazione popolare da parte dei leader nostrani è certificata dal lento e costante calo nell'affluenza alle urne; viene difficile pensare che un'indicazione di voto, neanche destinato al proprio segno, possa spostare sensibilmente la bilancia elettorale. Tuttavia è la storia politica del Terzo Polo e quella del Movimento5stelle a fornire ai rispettivi sostenitori indicazioni utili su chi scegliere al secondo turno.
Il Terzo Polo è espressione di diverse anime, ma l'impulso decisivo alla sua formazione l'ha dato il desiderio di chiudere l'epoca berlusconiana, dopo l'emarginazione di Casini e Fini voluta dal sempre meno loquace premier; al di là delle dichiarazioni ufficiali, dovute anche al mantenimento di una linea ostinata e contraria al bipolarismo, chi vota UDC e FLI sa che questa è un'occasione irripetibile per ribaltare la scena e mettere in ginocchio il PDL. Perchè dovrebbe quindi soccorrerlo?
Il M5S si dichiara antisistema. E lo è, senza alcun dubbio. Per quanto si possa discutere su echi populisti e approcci vagamente qualunquisti, non si può negare il generale interesse suscitato dal movimento e dalla sua "orizzontalità", tema di cui parlerò nei prossimi giorni. Il giovane Calise, nel ribadire l'assoluta volontà di non apparentarsi con alcuno dei due contendenti, ha lasciato intendere un maggiore gradimento di molti grillini per Pisapia; è logico che una forza politica nata per combattere i poteri forti, si trovi necessariamente a osteggiare l'elitarismo gelatinoso della gestione uscente e a simpatizzare maggiormente per un candidato appoggiato da giovani e centri sociali, lontano dagli apparati del PD e più attento all'ambiente.
Se Pisapia,De Magistris e Zedda sapranno intercettare questi consensi latenti, è molto probabile che la prossima visita di Berlusconi al Quirinale sia per una mesta e inevitabile uscita di scena.   

mercoledì 18 maggio 2011

Dal basso senza imposizioni.

Riflessioni sulla rinascita del centrosinistra: innanzitutto conta sempre meno il centro e sempre più la sinistra, non quella anacronistica, legata a simboli e strumenti di un mondo che non c'è più, ma quella che cerca di coinvolgere, di aggregare senza indulgere ai conti della serva nella ricerca dei voti e guardando in faccia chi si è sentito abbandonato.
E' rinato il PD? Non ancora. Lo farà se capirà che i Pisapia, i De Magistris o Zedda a Cagliari sono candidati voluti dal basso, lontani da nomine del partito, capaci anche per questo di smarcarsi dalle beghe di una politica nazionale ancora troppo vaga. Napoli docet.
L'insuccesso di Berlusconi e del suo modo di fare politica è inequivocabile; dopo anni di torpore, l'elettorato non si fida più di delegare tutto a una persona che solo a parole è "l'uomo forte", ma che nei fatti è incapace di gestire la complessità della modernità. E' un autocrate, propenso a circondarsi di burattini e sollazzatrici, convinto di poter sistemare tutto con una battuta o una nomina. Non basta più. Dare incarichi di governo ai Responsabili (?) è stata la goccia finale.
Presto avrà da fronteggiare anche una sempre più sterile Lega, che, appena ha provato a fare il partito di governo smettendo gli abiti del partito di lotta, è stata bastonata dalla sua base.
E i grillini? Il loro successo specula molto sul diffuso sdegno popolare, il loro approccio innovativo cozza però col paradossale unilateralismo del loro leader; la politica è confronto, l'indottrinamento è integralismo.
Ah, dimenticavo: il Pdl perde a Olbia e ad Arcore: ospite sgradito?