mercoledì 29 giugno 2011

Morire un giorno a Roma.

Alberto Bonanni
Alberto Bonanni era un musicista. Aveva 29 anni. Sabato era andato a sentire un po' di musica dal vivo in un  locale del rione Monti a Roma. All' uscita viene apostrofato da un abitante della zona, un signore poco tollerante riguardo alle emissioni sonore del pub. Pochi minuti dopo Alberto è a terra, in un lago di sangue, oggetto di una violenza che verrà rubricata come "futili motivi", ma che in realtà trova origine da cause davvero spaventose. Chi lo ha colpito in quella strada non aveva una reale motivazione, forse neanche quella tanto citata sui giornali del "segnare il territorio".
Chi ha ucciso questo ragazzo non aveva di meglio da fare in quel momento. Questa è la futile e tragica verità, di fronte alla quale adesso piangiamo. Non serve strumentalizzare una fazione politica per una poco riuscita operazione sicurezza. Non serve a niente adesso lanciare accuse o ricordare quello che veniva promesso in campagna elettorale. Però abbiamo il dovere di capire cosa spinge un ragazzo a scatenare una rissa, a risolvere i conti o quello che è, colpendo l'altra persona, simulandone l'eliminazione fisica o addirittura compiendola. Di tutte le dichiarazioni stereotipate e idiote che sono seguite a questo episodio, una sola, credo, sia andata nella direzione giusta; l'ha fatta Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, parlando della "necessità di mettere in atto una controffensiva culturale e sociale". Esatto, questo è il problema vero.
Tempo fa in un locale notturno, un ragazzo evidentemente su di giri mi stava per "menare". Alla mia richiesta di spiegazioni, si è ulteriormente agitato. Poi si è calmato, dicendomi che si scusava: "Ahò fratè, sto fatto. Devo mettere le mani addosso a qualcuno!". 
Mi ha fatto pena, perché nei suoi occhi c'era il vuoto di chi sapeva che non c'era niente di meglio, niente di più emozionante da fare in quella sera. Il giorno dopo avrebbe raccontato agli amici della sua bravata, accompagnando la sua descrizione di cruda virilità con gesti già visti, espressioni già sentite. Banali. Vuote. Quando si parla di quei giovani che si sono ribellati al sistema politico attuale e all'idea di una politica delegata e lontana, non bisogna dimenticarsi che c'è ancora una periferia sociale sempre più estesa, rassegnata, molto propensa a tirare un cazzotto e poco a fermarsi a pensare. Senza capire che sta facendosi più male di quanto riesca a causarne. Per questo serve una politica che accolga, senza strumentalizzazioni; che ascolti, senza urlare alla luna.
E anche che si guardi un po' più intorno. Scendendo da un'auto blu e facendosi due passi in giro. Questo sarebbe "stare sul territorio". Non alzare la saracinesca di una sterile sede di partito.
Quanto a te, Alberto, riposa in pace. Magari da un'altra parte sarà tutt' altra musica. 

domenica 26 giugno 2011

Pino Maniaci, un giornalista scomodo.

Pino Maniaci a Telejato
Come ho detto qualche giorno fa questo blog si propone di essere un laboratorio per elaborare una visione del futuro positiva e propositiva. Per guardare avanti bisogna anche sapere cosa ci si lascia indietro, perché come diceva Ippolito "chi conosce il passato è padrone del futuro". Ci sono situazioni che non conosciamo, che non abbiamo vissuto o di cui abbiamo solo sentito parlare. Qualche giorno fa, una ragazza di Trapani mi ha parlato di Pino Maniaci, un giornalista non riconosciuto dall'Ordine,  proprietario della coraggiosa Telejato,  piccola rete siciliana che combatte mediaticamente la mafia facendo nomi e cognomi in terre dove troppo spesso ha regnato l'omertà.
Nel suo sguardo c'è una fierezza risorgimentale e le sue parole sono pietre per i moderni latifondisti mafiosi. 
Quella di Pino è una storia paradossale, un tentativo di imbavagliare e far tacere una terra che ha un sacrosanto bisogno di urlare. Lui, giornalista di denuncia, viene denunciato. Per cavilli. Dai suoi "colleghi".
Dopo aver pubblicato "Il coraggio di scrivere la verità" di Brecht, mi sembra giusto parlare di chi cerca questa benedetta verità ogni giorno in una piccola tv privata, rischiando la vita e inaspettatamente anche il lavoro.
Non voglio però rubare spazio alle parole di Maria Grazia, la ragazza che mi ha parlato di lui e che lo descrive splendidamente.



Pino Maniaci
Leggendo le parole di Brecht mi viene in mente un esempio lampante di quell'uomo impalpabile e surreale che egli descrive. Si chiama Pino Maniaci ed io ho avuto la fortuna di conoscerlo.
Un uomo che ha come unico obiettivo l'educazione. L'educazione a una cultura antimafiosa, mosca bianca nella Partinico di ieri, germoglio vigoroso nella Partinico di oggi.
Pino, così si fa chiamare da tutti, grandi e piccoli, potenti e non, è il direttore di Telejato. Conduce un telegiornale con una mission ben precisa: la derisione costante e l'irriverenza totale nei confronti della mafia. Pino lotta in prima linea con la sua telecamera, pronto a riprendere le immagini degli arresti dei potenti, quelle immagini che vediamo nei tg nazionali, cedendole a costo zero e arricchendosi di gioia ogni qual volta un potere venga sventrato.
Ed è questa gioia che gli dà la forza di continuare a lottare. Inutile dire che abbia ricevuto fiumi di minacce, subito aggressioni fisiche e visto qualche auto bruciare, ma questo è il prezzo che devi pagare se vuoi davvero lottare contro i potenti. La sua storia è il prosieguo di una storia conosciuta in tutta Italia: quella dei cento passi. E se non vi fosse bastata la descrizione fatta finora, aggiungo che Pino Maniaci ha dovuto subire la denuncia di esercizio abusivo della professione, perchè non iscritto all'Ordine dei giornalisti.
Come se gli abusivi non fossero i vari Fede, Vespa e Minzolini in questo povero giornalismo italiano."Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso". Lui l'ha fatto. 


"Siamo tutti Pino Maniaci", cantilenano i suoi sostenitori.
Chapeau.

                                                                                                              Maria Grazia Culcasi

venerdì 24 giugno 2011

Il coraggio di essere giornalisti e non megafoni.

Walter Tobagi
È fissato nelle Sacre Scritture il concetto che la verità ci renderà liberi. Ha aggiunto Voltaire che "ai vivi si devono i riguardi, ai morti soltanto la verità".
Ho pensato di dedicare il post di oggi a quei giornalisti che hanno pagato con la vita per aver cercato di scoprire cosa stava dietro al buio. Le parole che seguono sono per loro, esploratori sfortunati di una Terra promessa, spostata costantemente da forze oscure.
E sono anche dedicate a Pierpaolo Faggiano, giornalista precario che si è tolto la vita pochi giorni fa non sopportando la mancanza di uno stabile riconoscimento al suo lavoro.
Pierpaolo Faggiano
L'Italia è piena di giornalisti servi, cani di compagnia del potere. Anche a loro, sperando in una repentina presa di coscienza, va il mio pensiero. Un proverbio arabo dice: "Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Chissà che leggendo le frasi di Brecht si possano ravvedere.



Il coraggio di scrivere la verità.


Bertolt Brecht
Sembra cosa ovvia che colui che scrive scriva la verità, vale a dire che non la soffochi o la taccia e non dica cose non vere. Che non si pieghi dinanzi ai potenti e non inganni i deboli. Certo, è assai difficile non piegarsi dinanzi ai potenti ed è assai vantaggioso ingannare i deboli. Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso. Rinunciare ad essere pagati per il lavoro prestato può voler dire rinunciare al lavoro e rifiutare la fama presso i potenti significa spesso rinunciare a ogni fama. Per farlo, ci vuole coraggio.
Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l'alloggio dei lavoratori, mentre tutt'intorno si va strepitando che ciò che più conta è lo spirito di sacrificio.
Quando i contadini vengono ricoperti di onori, è prova di coraggio parlare di macchine e foraggi a buon prezzo, capaci di agevolare quel loro lavoro tanto onorato. Quando tutte le radio vanno gridando che un uomo privo di sapere e d'istruzione è meglio di un uomo istruito, è prova di coraggio domandare: meglio per chi? Quando si discorre di razze superiori e inferiori, è prova di coraggio chiedere se non siano la fame e l'ignoranza e la guerra a produrre certe deformità. Così pure ci vuole coraggio per dire la verità sul conto di se stesso, di se stesso, il vinto. Molti di coloro che vengono perseguitati perdono la capacità di riconoscere i propri difetti. La persecuzione appare loro, come la più grave delle ingiustizie. I persecutori, dato che perseguitano, sono i malvagi, mentre loro, i perseguitati, vengono perseguitati per la loro bontà. Ma questa bontà è stata battuta, vinta, inceppata e doveva quindi trattarsi di una bontà debole; di una bontà difettosa, inconsistente, su cui non si poteva fare affidamento; giacché non è lecito ammettere che alla bontà sia congenita la debolezza così come si ammette che la pioggia debba per definizione essere bagnata. Per dire che i buoni sono stati vinti non perché erano buoni, ma perché erano deboli, ci vuole coraggio. Naturalmente la verità bisogna scriverla in lotta contro la menzogna e non si può trattare di una verità generica, elevata, ambigua. Di tale specie, cioè generica, elevata, ambigua, è proprio la menzogna. Se a proposito di qualcuno si dice che ha detto la verità, vuol dire che prima di lui alcuni o parecchi o uno solo hanno detto qualcos'altro, una menzogna o cose generiche; lui invece ha detto la verità, cioè qualcosa di pratico, di concreto, di irrefutabile, proprio quella cosa di cui si trattava.
Poco coraggio invece ci vuole per lamentarsi della malvagità del mondo e del trionfo della brutalità in genere e per agitare la minaccia che lo spirito finirà col trionfare, quando chi scrive si trovi in una parte del mondo in cui ciò è ancora permesso. Molti assumono l'atteggiamento di uno che stia sotto il tiro dei cannoni, mentre sono semplicemente sotto il tiro dei binocoli da teatro. Vanno gridando le loro generiche rivendicazioni in un mondo amico della gente innocua. Chiedono genericamente una giustizia per la quale non hanno mai mosso un dito e chiedono genericamente la libertà, quella di ottenere una parte del bottino che già da gran tempo è stato spartito con loro. Considerano verità solo ciò che ha un bel suono. Se la verità ha a che fare con cifre, con fatti, se è cosa arida, che per essere trovata richiede sforzo e studio, allora non è una verità che faccia per loro, non ha nulla che li possa inebriare. Solo esteriormente hanno l'atteggiamento di chi dice la verità. Con loro il guaio è che non conoscono la verità.                        
                                                                                     (B. Brecht)

giovedì 23 giugno 2011

Vi regalo Vasco. Regalate proposte.

Cari lettori di Politictac, grazie per il vostro affetto quotidiano. Le statistiche dimostrano che siete sempre di più a visitare questo blog. Spero che il mio progetto di creare un' oasi di informazione e analisi politica indipendente continui a essere di vostro gradimento. Intanto penso che vi siate meritati un premio. Allo stesso tempo, voglio che ve lo meritiate sul campo. Mi spiego meglio: metterò a disposizione un biglietto del prossimo concerto di Vasco Rossi dell' 1 Luglio allo stadio Olimpico di Roma per voi.
Le regole sono semplici; dovrete inviarmi un testo di non più di 2000 battute nel quale esponete la vostra proposta più urgente di riforma del sistema politico attuale. La più brillante sarà premiata col biglietto.
La mail è: politictac@hotmail.it.
Non dimenticate ovviamente di lasciare un recapito telefonico al quale essere contattati. 
Questa sarà la prima di una serie di iniziative volte a far diventare questo blog un laboratorio per una nuova idea di politica. Dai fatti recenti possiamo constatare la latitanza di un serio progetto di radicale riforma della rappresentanza parlamentare di questo paese. Urgono proposte, non solo proteste.
Non basta essere indignati, serve essere impegnati. Io lancio quindi la palla nelle vostre mani da buon playmaker (del resto, ho una carriera alle spalle in tal senso...). Lascio la parola a voi. Avete una settimana di tempo: il bando chiude alle 20 di giovedì 30 giugno. In questi giorni continuate a seguire il blog. Ho tante cose da raccontarvi. 
A presto. Andate al massimo. Andrete a gonfie vele.

Il rinfrescatore

martedì 21 giugno 2011

Corpi e anticorpi. Una generazione rigenerata.

Umberto Eco.
"La rivolta dei giovani è figlia dell' universo dell' industria culturale: salvo che l'uso che i giovani hanno fatto dei prodotti dell'industria culturale non è quello previsto dai profeti, concilianti o surcigliosi (accigliati ndr),  dell'industria medesima. Paradossalmente chi contesta il Sistema è figlio del Sistema che ha prodotto i propri anticorpi". Parole scritte da Umberto Eco nel 1968,  che hanno però un sapore particolarmente attuale se guardiamo alla nostra fase storica e ai processi che la stanno attraversando.
Ha suscitato stupore il fatto che molti giovani partecipassero attivamente a una riconsiderazione della politica. Ormai da più parti si continuava a parlare di generazione perduta, di bamboccioni, di animali domestici incapaci di battersi per un sensibile cambiamento della situazione. Con una certa superficialità di giudizio si credeva che i modelli proposti dalla televisione consumista ed esteticamente elitaria rappresentassero quasi un'intera generazione. Non era così. Mentre bellocci e bellocce sfoggiavano il loro inconsistente narcisismo, adulati da teenager incollate al buco della serratura, cresceva una generazione che non aveva nessuna intenzione di inginocchiarsi a sbirciare. Non per questo cercava, come in altre epoche, di prendere a calci la porta. L' intenzione era semmai l'opposta: lasciare gli 'inconsapevoli' nella propria gabbia mediatica e riaprirsi al mondo attraverso strumenti vecchi e nuovi, dalle piazze a un uso funzionale della rete.
Così è rinata la speranza, colorata di arancione, di viola, ma soprattutto caratterizzata da una dialettica tra persone non vincolate a stereotipi partitici, legate solo dal desiderio di impegnarsi e di indignarsi contro una perenne degenerazione civile.
Questa generazione ha sentito così forte il bisogno di partecipare in prima persona perché si è resa conto della totale assenza di intermediari politici e anagrafici.
La vera generazione perduta è allora forse quella dei 40enni, quelli che nel pieno del loro vigore si sono fatti mettere fumo negli occhi da una gerontocrazia gelatinosa e tentacolare. Se l'Italia non è riuscita ad attuare una vera discontinuità con la Prima Repubblica la colpa è prevalentemente loro, pavidi burattini cresciuti all'ombra di vetusti potentati. Figli di una classe dirigente che concepiva il potere come spartizione di cariche e poltrone, ne hanno portata avanti un'altra dedita al misero compromesso e alla lottizzazione spacciandole per vocazione riformista e politiche di larga intesa.
Non so se i giovani sapranno far sentire la loro voce costantemente. È nella loro natura essere discontinui,  che si tratti di politica, sport o studio. Quello che contava però adesso era fornire una diversa accezione di discontinuità, da intendersi come rottura con schemi retrogradi di certi ipocriti benpensanti.
In quello hanno già vinto una battaglia generazionale con chi li ha preceduti.  E che presto saranno costretti a inseguirli, sempre che ne abbiano le gambe e il cuore per farlo.

lunedì 20 giugno 2011

Pontida val bene un po' di grida.

Tutta fiction. Sul pratone di Pontida si consuma l'ennesima farsa leghista, la solita rimpatriata tra vecchi compagni di lotta. Una volta sognavano di spostare una nazione, adesso si ritrovano a invocare lo spostamento di un paio di ministeri senza portafoglio. La base, accorsa in massa al raduno, mal sopporta la strategia attendista dei suoi dirigenti. Il discorso di Bossi viene interrotto più volte dalle gridate richieste di secessione del pubblico. In quella richiesta c'è un qualcosa di nostalgico; c'è la voglia di ritrovare quella Lega degli inizi che prometteva di scardinare il potere e non di diventarne ingranaggio manovrato. Non è solo una richiesta geografica, ma soprattutto un desiderio di affrancarsi dal berlusconismo, una secessione da chi ha usato il Parlamento per farsi leggi su misura usando i voti leghisti.
Le risposte dal palco però sono tiepide e non scaldano i cuori dei militanti che vogliono azione, senza giri di parole né giochi di palazzo. Chiedono concretezza ma l'unica cosa tangibile che ottengono è la comica targa del prossimo ministero a Monza, feticcio di un potere che non esiste. Nel mostrare quel simbolo alla loro gente, Bossi e Calderoli non si accorgono di quanto la loro sbandierata purezza padana sia contaminata dalla vituperata Roma ladrona. Raccolgono firme per attuare un decentramento anticostituzionale ma soprattutto poco importante per gli stessi padani, a cui poco interessa avere il ministero come vicino di casa se all'interno si continuano a fare gli interessi di altri.
Le camicie verdi applaudono il loro leader malconcio consapevoli di rappresentare il suo bastone della vecchiaia, grati per le lotte intraprese e scettici per l'incompiutezza effettiva di molte di esse. Il Senatùr parla a fatica, ma le sue parole risulterebbero di difficile comprensione anche se fossero lette da Ugo Pagliai.
Minaccia di non appoggiare più Berlusconi se non verrà data un'accelerata alle riforme richieste dal suo partito. Tanta demagogia mal pronunciata; l'anno scorso il senatore Stradiotto del Pd presentò un emendamento alla manovra finanziaria chiedendo di circoscrivere a urgenze particolari l'uso delle auto blu. La Lega votò contro, anche se dal palco di Pontida il suo leader grida contro di esse.
Insulta i giornalisti "coglioni" e "stronzi", sproloquia sui cicli storici sbagliando di una ventina d'anni la fine della Destra storica. Ostenta preoccupazione per le masse di profughi sbarcati dalla Libia, in verità 14000 in tutto, una quota del tutto gestibile. Avvisa Tremonti, gesticola, bofonchia. L'ultimatum a Berlusconi è poco credibile e la gente, che acclama solo Maroni, lo sa.
Ricorda quelle innamorate disposte a perdonare sempre l'amato traditore. La primordiale intransigenza leghista è molto sbiadita nei suoi dirigenti. Mettere il ministero vicino a casa non significa voler stare in mezzo alla propria gente, ma forse solo stare più comodi. È dura fare la rivoluzione dalla poltrona. A Monza o a Roma ha poca importanza.

venerdì 17 giugno 2011

La cultura è in marcia.

Su Repubblica di oggi Saviano parla di un popolo in movimento, di gente che si è messa in marcia senza un percorso definito condividendo però la volontà di unirsi per cambiare il corso delle cose. Ha ragione, ma ci sono anche altri fenomeni più statici che testimoniano quanto sia forte l'esigenza di cambiamento. Ne voglio riportare uno. Ieri sera ho partecipato a una rassegna all'Auditorium di Roma chiamata "Le parole della politica", iniziativa indetta da Repubblica e Laterza per riflettere su alcuni termini abusati dalla società e svuotati spesso di significato. La sala era stracolma e mai come stavolta ho avuto la percezione di come i cittadini non sentano solo il desiderio di muoversi, ma anche quello di fermarsi a riflettere sullo stupro delle parole perpetrato da anni. Le magistrali lezioni ( in questo caso vale la pena di invertire i termini) sono state tenute da Gustavo Zagrebelsky e Barbara Spinelli. Hanno parlato rispettivamente di 'libertà' e di 'etica pubblica'. Giovani e anziani hanno ascoltato in un silenzio tombale, assorti in una meravigliosa liturgia laica. Fermi sulle poltrone, hanno fatto altri passi verso una piena presa di coscienza.
Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista.
Si sono sentiti chiamare in causa quando Zagrebelsky ha citato Rousseau e la sua celebre frase "siamo tutti liberi ma in catene". "Libertà è autocondotta più autonomia- ha aggiunto l'oratore- un poter agire conseguente al poter volere", affrontando poi il tema della servitù volontaria attraverso quattro epocali nemici della libertà: conformismo, opportunismo, grettezza e debolezza.
I 'liberi servi' riuniti da Ferrara dieci giorni fa si saranno sentiti fischiare le orecchie per le citazioni di Mill, Dostoevskij e Tocqueville. Loro sono gli estremi paladini del "Popolo della libertà", totalmente inconsapevoli di quanto la libertà sia insidiata dall'omologazione delle anime.
Come ha detto la Spinelli, il popolo (tutto, non solo quello che si autonomina libero) è il vero depositario del potere. Deve diffidare, questo popolo, da chi gli chiede di amare la patria perché ad essa, come insegnato da Kant, si deve rispetto, non amore. 
Barbara Spinelli, editorialista.
Chissà poi se il premier, sempre dichiaratosi amante della cultura francese forse confondendo il Moulin Rouge con Maupassant, avrà sentito riecheggiare le parole del filosofo Ricoeur, "l'uomo è diverso dalle bestie, perché è chiamato a rendere conto di ciò che fa", preludio di una meravigliosa comparazione etimologica sui termini 'comunità' e 'immunità', giocata sulla comune radice 'munus', ossia dovere, onere.
La comunità infatti presuppone qualcosa che viene dato con un onere, implica obblighi gli uni verso gli altri; l'immunità richiama all'opposto la volontà di chiamarsi fuori dalla società, l'impossibilità di essere imputabile di qualsiasi dovere verso gli altri. Una posizione mal conciliabile con l'articolo 54 della nostra Costituzione che parla di speciali doveri di disciplina e onore per chi ricopre funzioni pubbliche, ma anche un'ipotesi spazzata via da 25 milioni di voti pochi giorni fa.
Nel discorso sull' etica pubblica, la Spinelli non ha lesinato accuse alla Chiesa, colpevole di assolutizzare alcuni valori, specie sul testamento biologico, relativizzando di conseguenza i restanti e ponendosi come inconscia sentinella di quell' immunitas sostanziale portata avanti da questo governo.
"Essere super partes significa apprendere una morale pubblica che oltrepassa l'interesse di tutti noi, laddove la parola 'interesse' non ha l'accezione sporca che le attribuiamo oggi ma il suo significato originario: scoperta che c'è qualcosa tra l'io e il tu".
Ascoltate queste parole finali, la gente si è alzata e si è rimessa in marcia verso casa. O forse verso la consapevolezza che qualcosa di meglio rispetto a ciò che ha visto finora è davvero dietro l'angolo. Occorrerà molto impegno, etimologicamente 'dare qualcosa a qualcuno'. Guarda caso, ricorda tanto la parola comunità.