sabato 11 giugno 2011

Enrico Berlinguer, già 27 anni fa.

In un' Italia che si appresta a decidere il suo destino, sfruttando o meno l'occasione referendaria per spazzare via l'agonizzante governo in carica, in pochi si sono ricordati che un tragico 11 giugno di 27 anni fa moriva a Padova Enrico Berlinguer. 
Quattro giorni prima era stato colpito da un ictus durante un comizio.  Quel giorno, soffrendo visibilmente, portò comunque a termine uno di quei solidi discorsi di lotta e di speranza capaci di rendere possibili i sogni di un elettorato che si era sempre vista preclusa la guida del governo. Enrico Berlinguer era un anti divo, per quanto un certo culto della personalità tipico del passato comunista lo avesse reso un "personaggio". Era un uomo schivo, che passava per triste ma in realtà riservava alla sua sfera più intima la sua gioia di vivere; aveva a che fare con troppi problemi per sorridere di fronte alla realtà di quegli anni: la conventio ad excludendum, la presa di distanza da Mosca, il fallimento del compromesso storico, l'eterna e vana rincorsa a un potere che nascondeva gelosamente le sue stanze.
E poi la tanto attuale questione morale, da lui evocata nel lontano 1977, quando decise di denunciare la deriva di un sistema di potere che stava perdendo di vista il bene comune. Non piaceva a tutti, per la verità: su Repubblica una vignetta di Forattini lo ritraeva intento a prendersi un thè in un borghese caffè mentre fuori infuriava la protesta sociale; Scalfari denunciò gli eccessi del culto della sua figura in uno storico articolo che titolava "Berlinguer non è la Madonna". 
Delimitare il pensiero di quest'uomo e la sua volontà di trascinare al cambiamento, portando allo stesso tempo fuori dal dogmatismo sovietico, il suo partito, non è riassumibile in un post. 
Quello che posso fare per farvi riflettere su chi era Enrico Berlinguer è lasciarvi delle immagini: quelle del suo ultimo comizio e quelle dei suoi maestosi funerali di popolo.
Quel giorno l'allora Presidente della Repubblica, l'indimenticabile Sandro Pertini, si chinò con la testa sulla bara e la baciò; pochi giorni prima aveva portato via, con l'aereo di Stato, la bara dall'ospedale di Padova in cui era accorso per rendergli visita, dicendo semplicemente: "Lo porto via, come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta". Erano tempi in cui certi politici sapevano sempre trovare le parole.Prima di essere portato via, in quel tragico comizio, trovò la forza di dire: "Compagni, proseguite il vostro lavoro, andate casa per casa, strada per strada." Furono le sue ultime parole.
Aggiungerne altre da parte mia sarebbe davvero superfluo.
Vi lascio alle immagini.

giovedì 9 giugno 2011

Tu chiamale se vuoi evasioni.

È opinione diffusa che gli italiani non abbiano uno spiccato senso civico e che il degrado delle istituzioni nazionali derivi anche da una tendenza autolesionista a radicalizzare qualsiasi scontro. Il patriottismo è stato a lungo un valore occasionale, per di più legato a eventi sportivi, e gli interessi individuali sono stati tendenzialmente anteposti al bene comune. Bisogna però anche riconoscere che i nostri connazionali sono sempre stati in grado di ritrovare una certa unità d'intenti per superare i momenti più cupi: gli esempi delle due guerre sono una chiara testimonianza in tal senso, così come il superamento degli anni di piombo e dell'odissea giudiziaria di Tangentopoli. In quei momenti il popolo ha preso coscienza della situazione e ha affrontato di petto i problemi.
Cesare Battisti, patriota.
Nelle città in cui abitate è molto probabile che ci sia una strada o una piazza intitolata a Cesare Battisti e la targa sarà probabilmente completata dalla dicitura 'eroe nazionale'. L'uomo di cui si parla fu un irredentista trentino, socialista, arruolatosi nell'esercito italiano per combattere l'Austria; la sua lotta per liberare Trento finì nel luglio del 1916, quando fu catturato dalle truppe nemiche e impiccato dopo un processo sommario; avrebbe potuto salvarsi ma rivendicò fino in fondo gli ideali che lo avevano portato allo scontro. Le testimonianze dell'epoca dicono che le sue ultime parole furono "Viva l'Italia!", un grido che avrebbe spinto gli altri combattenti a perseguire l'unità territoriale del paese.  
Cesare Battisti, latitante in Brasile.
Una sessantina di anni dopo, in un'Italia riunificata e repubblicana, un altro Cesare Battisti si affacciò sulla scena con l'intento di dividere ciò che era stato faticosamente unito. Erano gli anni di piombo, un periodo in cui si moriva per le strade per divergenti visioni politiche ma anche solo perché capitava di trovarsi nel mezzo a questa criminale degenerazione ideologica. Battisti apparteneva ai Proletari armati del comunismo (Pac), una di quelle tante formazioni createsi in quegli anni da una parte e dall'altra della barricata, uno di quei troppi gruppi che portarono un'Italia insanguinata sull'orlo della guerra civile. 
Nel perseguire i propri ideali, l'omonimo dell'eroe di guerra, si macchiò di quattro delitti e fu per questo  arrestato e condannato all' ergastolo. Questo Battisti scelse però una via diversa: approfittando delle lacune nella sicurezza del carcere di Frosinone, fuggì dall'Italia e dalla propria coscienza; riparò in Francia, dove una sgangherata prassi giudiziaria, la dottrina Mitterrand, gli permise di vivere lì come rifugiato politico. Dimenticò in fretta la lotta proletaria, sposando la causa salottiera, facendo comunella con quella gente alto borghese a cui pochi anni prima avrebbe puntato una pistola alla tempia. Quando  la comunità europea sconfessò la dottrina, fu costretto di nuovo alla fuga, entrando in quel Brasile che poco dopo lo arrestò per falsificazione di documenti. Una cosa normale per uno che aveva barattato l'identità. Il rifiuto di estradizione è storia di questi giorni e per approfondire il profilo giudiziario ho consultato un ricercatore di diritto internazionale, Domenico Pauciulo dell'Università del Molise.
Domenico Pauciulo,
esperto di diritto internazionale
La sua spiegazione è chiarissima: "L'intera vicenda dimostra la debolezza politica dell'Italia in politica estera. Nel diritto internazionale sono molto rilevanti i rapporti di forza e le azioni diplomatiche: la nostra classe politica ha mostrato debolezza nel non saper imporre le proprie ragioni e nel far valere i trattati bilaterali col paese sudamericano. Il trattato del 1989 stipulato col Brasile prevede che siano riconsegnate al paese di origine le persone ricercate o coloro che devono scontare le pene comminate dal proprio ordinamento giudiziario.
 Tuttavia l'accordo prevede una serie di clausole che consentono alla nazione ospitante di non estradare una persona che corra il rischio di essere perseguitato per reati politici o processato per essi. Il Brasile ha riconosciuto lo status di rifugiato politico, attraverso un provvedimento firmato a fine mandato dal presidente uscente Lula, deputato a giudicare la questione, in quanto problema di politica estera. Il ricorso dell' Italia è stato rigettato dal Tribunale supremo e il nostro governo si trova davanti solo strade in salita per giungere a conclusioni positive; improbabili missioni speciali per prelevare il latitante; sterili sanzioni economiche, completamente irrisorie considerata la crescita economica del Brasile; oppure un complesso percorso giudiziario, fondato su un già annunciato ricorso alla Corte internazionale di giustizia per la violazione del suddetto trattato dell'89 e per l'inadempimento del Trattato di Vienna sul rispetto dei trattati.
Tuttavia il ricorso deve essere preceduto da un tentativo di conciliazione, come previsto dalla Conciliazione degli ordinamenti giudiziari stipulata nel '54; nel caso che falliscano, come probabile, gli obbligatori negoziati diplomatici e tentativi di compromesso, si giungerà alla Corte, che non ha però un potere di sanzione assoluto. È quindi possibile che dopo questo lungo iter, seppure in presenza di una pronuncia favorevole, l'Italia sia ricompensata con un semplice risarcimento monetario o beffarde scuse ufficiali".
Tirando le conclusioni, appare sconcertante l'idea che la comunità internazionale si è fatta del nostro sistema di giustizia. Prima Mitterrand,poi Lula hanno reputato l'Italia incapace di processare serenamente gli autori di efferati crimini, temendo nell'incuria e nell'estremismo di una magistratura politicizzata. Che ironia sentire il nostro premier parlare di brigatismo giudiziario e vedere manifesti del Pdl invocare la cacciata delle Br dalle procure. Se così fosse, gli strenui difensori di Battisti lo avrebbero imbarcato sul primo aereo.
 

mercoledì 8 giugno 2011

Lei non si rende conto. E non si arrende ai conti.

Michele Santoro.
Giovedì sera Michele Santoro sarà per l' ultima volta un conduttore della Rai. Condurrà la sua ultima puntata di Annozero e poi, con tutta probabilità, passerà a La7. "È il mercato, non ci trovo niente di grave". Chi pensereste che possa aver pronunciato questa frase? Potreste pensare a Santoro stesso, perché un giornalista così ascoltato e seguito dal pubblico potrebbe cercare di strappare un contratto migliore in una tv privata meno sottoposta a vincoli economici e politici; ma sappiamo bene che l'intento divulgativo e la passione per il proprio lavoro non  avrebbero mai fatto fare una scelta venale e fredda a un giornalista molto legato alla sua redazione. Allora potreste pensare che sia stata l'azienda stessa a fare questa dichiarazione; assolutamente no; la Rai, dalla nuova direzione generale all'ultimo fattorino, sa benissimo quanto Annozero abbia fatto guadagnare in termini economici alla rete: 6 milioni di guadagno all'anno, un'audience media di 5 milioni e mezzo di spettatori, pari al 21% di share.  Una mosca bianca nel grigio palinsesto di Rai 2, mai sopra l'8% di share nelle altre prime serate. Ragionando in termini di mercato, sarebbe una scelta suicida cacciare un conduttore con uno stipendio da 600 mila euro annui che consente all'azienda un guadagno di dieci volte superiore.
Cominciamo allora con lo svelare l'autore della frase: il super tuttologo Daniele Capezzone, ex radicale con aria da saccente primo della classe, ora portavoce del PdL, ma sempre arrogante e inopportuno. Per quanto sia ovvio come sia stato il mercato più che la credibilità politica a guidare le scelte dell'ex delfino di Pannella, appare stupefacente vedere come un  liberale-liberista come lui,  non riesca a rendersi conto di come un'azienda, pubblica o privata che sia, possa fare una scelta così azzardata, compromettendo la sua competitività economica. Perché non dire la verità e non parlare di "politica aziendale"?
Daniela Santanchè.
Mentre Belpietro e Sallusti dalle loro prime pagine gioivano per il fatto che i cittadini non avrebbero più pagato l'odiato tribuno nemico, dimenticando però di ricordare come i loro poco sfogliati quotidiani usufruiscano di laute sovvenzioni statali, la naturale verità sul caso arrivava dalla bocca artificiale di Daniela Santanchè: "Santoro chiude? Evviva! Mi invitava sempre al suo programma per far fare brutta figura alla destra".
Una frase impareggiabile, un'inattesa presa di coscienza di una classe dirigente che ammette di non essere in grado di sostenere un dibattito su certi livelli, ma che non per questo rinuncia ad apparire. Meglio eliminare il problema Santoro e continuare a far credere di essere molto intelligenti nel salotto strappalacrime di Barbara D'Urso. 
Lorenza Lei, direttore generale Rai.
Non tutto il male viene per nuocere comunque. Santoro andrà in una rete che sta raccogliendo i patrimoni lasciati per strada dalle timorate tv generaliste; dovrà garantire ascolti, forse non potrà sperimentare come vorrebbe da subito nuove forme di informazione, ma quando porteranno le sue "cassette" a Palazzo Grazioli, lui potrà continuare a fare il suo lavoro senza condizionamenti. Lui, quello che telefona in diretta, forse non sarà neanche più al governo e magari dovrà rispondere di altre telefonate. Lei, quella che fa così di cognome, probabilmente si renderà conto di aver commesso uno sbaglio. Noi, quelli col telecomando, sapremo cosa scegliere.  

lunedì 6 giugno 2011

De Magistris, non Masaniello.

Masaniello.
Nel celebrare la vittoria di De Magistris, molti napoletani in festa hanno commentato così: "Finalmente è tornato Masaniello". In realtà bisogna sperare, sia per loro che per il nuovo sindaco, che non si tratti di un revival. La storia di Tommaso Aniello, in arte Masaniello, pescivendolo e capopopolo della rivolta del 1647, è una storia tragica e senza speranza, con ben poche assonanze rispetto al percorso appena intrapreso dall'ex magistrato. L'avventura del ribelle del XVII secolo iniziò e si esaurì nel giro di dieci giorni di un luglio infuocato, non tanto per ragioni climatiche, quanto per le rivolte che seguirono l'ennesima vessazione fiscale imposta dal viceré spagnolo. La sommossa, partita dalla maleodorante Piazza del Mercato e guidata da questo giovane pescatore al grido Viva lo re, mora lo malgoverno, degenerò presto. Sebbene coi suoi provvedimenti la pressione fiscale fosse calata, alcuni suoi iniziali compagni di lotta lo tradirono, preoccupati dal fatto che Masaniello stesse assumendo atteggiamenti dittatoriali e accenti sempre più giacobini. Il suo giustizialismo verso i sostenitori del vecchio potere si era spinto all'estremo; furono i suoi stessi amici ad avvelenarlo e a farlo fuori, ristabilendo lo status quo. Il suo corpo fu gettato vicino a un cumulo di rifiuti (toh...) e la città, nuovamente vessata, ricadde sotto l'arroganza del duca d'Arcos.
De Magistris
I napoletani di oggi ne hanno fatto sopravvivere la leggenda, avendolo issato a simbolo di una lotta estrosa contro il potere costituito e contro le amministrazioni egoiste e disoneste. De Magistris è diventato il suo erede nell'immaginario collettivo perché incarna lo stesso spirito di rottura con la cattiva gestione precedente e forse perché quel cattivo odore di cui parlavano le cronache di 364 anni fa è ancora molto diffuso. Per questo nessuno più dei cittadini partenopei ha  bisogno di una ventata di cambiamento, ma i presupposti sono ben diversi; il neosindaco è nato al Vomero, nella parte ricca, è un ex giurista ed è, per quanto una certa stampa si sforzi a dipingerlo come un pericoloso estremista, tutt'altro che un avventuriero. 
La sua missione è il ripristino della legalità in una terra che non cerca capipopolo, ma risposte concrete. L'incarico che gli è stato conferito ha il chiaro significato di sbarrare il passo agli imbonitori di piazza e la speranza di tornare a seguire la legge sotto la guida di un'amministrazione che non si faccia legare le mani da quelle organizzazioni criminali che l'hanno ridotta in un perenne stato di emergenza. 
Poco prima di essere ucciso, già sotto i fumi dell'allucinogeno somministratogli, Masaniello urlava alla folla disperato : "Ti ricordi, popolo mio, com'eri ridotto?". Adesso quella gente, imprenditori e operai, commercianti e disoccupati, ha preso coscienza e inviato il suo segnale. Sta a De Magistris scrivere una storia diversa e ridare speranza a una città troppo spesso abbandonata dalle istituzioni. 

domenica 5 giugno 2011

Intervista a Giulia Innocenzi, volto di Annozero e autrice di "Meglio fottere".

La copertina del romanzo di Giulia Innocenzi.
Giulia Innocenzi è una ragazza in controtendenza rispetto ai "bamboccioni" evocati dal compianto Padoa Schioppa; trasferitasi a Roma per studiare alla Luiss otto anni fa, la ventisettenne romagnola ha bruciato le tappe: un'appassionata militanza politica nel mondo radicale, contraddistinta dall'impegno nell'associazione Luca Coscioni; la candidatura alla segreteria dei Giovani Democratici, con 12 mila voti riscossi, validi per ottenere il secondo posto; da 2 anni inoltre Michele Santoro l'ha scelta per condurre lo spazio dedicato ai giovani all'interno di Annozero. Giovani e politica quindi; due mondi che si sono spesso guardati con scetticismo ma anche con reciproca curiosità. Giulia ha riassunto l' esperienza accumulata e il suo punto di vista in un romanzo d'inchiesta intitolato "Meglio fottere.(che farsi comandare da questi)" (ed. Internazionali Riuniti), nel quale racconta 4 storie non vere ma verosimili di altrettanti giovani desiderosi di fare politica all'interno dei partiti, raffigurati con simbolici nomi di fantasia ma facilmente identificabili.

Qual è l'obiettivo del libro?
Denunciare il  malfunzionamento dei partiti, ormai ridotti a cordate di potere autoreferenziali e burocratiche. Ho voluto sottolineare i loro meccanismi di reclutamento, fondati su un sistema di cooptazione che fa sì che siano i peggiori e non i più meritevoli a occuparsi del bene comune.

Hai fatto una tesi sulla partitocrazia e conosci a fondo il mondo giovanile; come partecipano i giovani alla politica di oggi?
Credo che la logica partitica sia in forte calo; i ragazzi sono interessati e partecipano alla cosa pubblica, ma preferiscono farlo attraverso i movimenti, aggregandosi intorno ad alcuni pilastri come la Costituzione, la libertà e la lotta al precariato. Il successo del popolo viola è un esempio in tal senso.

Ecco, parliamo di movimenti. Tu hai visto da vicino la protesta degli "indignados" a Madrid; perché nei giovani italiani, alle prese con una situazione molto simile, non scatta la stessa scintilla?
Perché manca una piena consapevolezza della propria condizione; in Spagna i ragazzi dicono: "Non ci basta essere il futuro, vogliamo essere il presente"; i nostri invece, pur sapendo di vivere in un sistema che crea disuguaglianze, preferiscono attendere e magari trovare un posto all'interno di esso piuttosto che lottare per cambiarlo.

Come vedi Beppe Grillo? Un demagogo populista o un illuminato innovatore?
Ti rispondo come farebbero i suoi seguaci: è un comico. Sicuramente è stato bravo a portare al centro dell'agenda tematiche serie, parlando di ambiente, di meritocrazia, di conflitti di attribuzione e non solo; il problema è che a volte non capisce o finge di non capire che la politica è una cosa seria e che certe battute, vedi le storpiature dei nomi, tolgono inconsciamente credibilità a tutto il movimento.

Nel tuo libro la figura di Lisa, candidata a poco trasparenti primarie all'interno del "Partito di Tutti", è certamente la parte più autobiografica del romanzo. La tua critica alle poco democratiche nuove leve del partito è pungente; credi che una certa omologazione giovanile sia bipartisan?
Senza dubbio. Anzi. Spesso emergono giovani che parlano un linguaggio autoreferenziale e anacronistico, lontano dalla gente e sostanzialmente incomprensibile. Occorre che questi giovani leader ricomincino a sintonizzarsi con la società in cui vivono. (Ogni riferimento a Fausto Raciti, segretario dei Giovani Democratici e suo antagonista nelle elezioni di tre anni fa, non è puramente casuale..ndr).

Tu provieni dal mondo dei Radicali, non troppo brillanti nelle ultime consultazioni elettorali. Che apporto concreto potrebbero dare alla politica attuale?
Le idee radicali restano vincenti soprattutto su due aspetti: in ambito economico, attraverso la liberazione del mercato da lacci e lacciuoli, ponendo al centro del sistema l'individuo sulla scia del modello nordeuropeo; in ambito sociale, affrancando i singoli dall'ingerenza statale nelle decisioni più private, ossia le decisioni sul fine vita e la piena libertà sessuale. Trovo grave che ci sia poco spazio per un serio dibattito pubblico sul rapporto tra etica e politica.

Che conclusioni hai tratto del risultato delle amministrative?
C'è stato un netto scatto popolare; la gente si è stufata di incassare passivamente e si è mossa per un cambiamento. I sindaci che hanno ottenuto i maggiori consensi sono stati quelli capaci di stare in mezzo alla gente, di ascoltarne i bisogni e di creare un'empatia con un elettorato che ha valutato le singole persone e non le sigle politiche. Perciò si può dire che hanno vinto i cittadini e hanno perso i partiti.

Il crollo di consensi del premier è stato anche imputato alla mobilitazione femminile contro la mercificazione del corpo delle donne emerso dalle inchieste giudiziarie; a molte ospiti di Villa san Martino venivano promesse e talvolta concesse cariche istituzionali. E' una degenerazione dell'originaria idea delle "quote rosa"?
Anni fa ritenevo necessario riservare una porzione di "poltrone" alle donne, per fronteggiare un arroccato sistema maschilista, poco disposto a concedere possibilità a femmine meritevoli e capaci. La degenerazione del potere, coi suoi meccanismi di cooptazione, mi ha fatto cambiare idea: vedere certe donne in posizioni importanti è squalificante per tutte coloro che lottano per costruirsi il successo dignitosamente; meglio allora non contingentare e sperare che i cittadini siano in grado di scegliere i rappresentanti più idonei, uomini o donne che siano.

A proposito di pregiudizi maschilisti, Belpietro ti ha definito "velina di sinistra". Tu come lo definiresti?
(Ride) Belpietro è un giullare di destra che deve solo allietare il suo committente.

Per concludere, credi che i partiti possano riassorbire i bisogni della società, ristrutturandosi,o che siano destinati a scomparire?
Ho un'idea piuttosto radicale sul tema: credo che i partiti siano ormai obsoleti e che sia necessario trovare al più presto nuovi strumenti di partecipazione e di rappresentanza. Sto facendo un dottorato di ricerca su questo tema; spero di elaborare al più presto qualche soluzione adeguata.



 

sabato 4 giugno 2011

Il 2 giugno che vorrei.

La parata del 2 giugno.
Giovedì si sono tenute le consuete celebrazioni per l'anniversario del referendum istituzionale che nel 1946 sancì il passaggio dal regime monarchico a quello repubblicano. Fu un risultato sofferto, ottenuto con una maggioranza di circa due milioni di voti; la gente scelse di tagliare i ponti con quei Savoia riconosciuti in qualche modo complici del ventennio fascista che ammorbò la nazione. Degli anni dei totalitarismi ci restano tante immagini, ma quelle che personalmente mi impressionano maggiormente non sono quelle più violente, bensì quelle che richiamano una perfetta geometria dei movimenti e l'omologazione completa del singolo alla causa. Le grandi ostentazioni militari tedesche, salutate a braccio teso dal Fuhrer, così come le parate mussoliniane, sono esempi di come tanti individui possano marciare in una direzione in uno stato di completa fissità mentale. La perfezione di quei movimenti all'unisono e la maestosità dello schieramento sono stati simboli di propaganda, di un modo di concepire la politica attraverso lo sfoggio del proprio arsenale, annullando il pensiero individuale.
La sfilata delle Forze armate che caratterizza ogni anno la festività del 2 giugno mi sembra sempre più anacronistica e lontana dallo spirito repubblicano e costituente sprigionato 65 anni fa.
In quell'occasione i cittadini scelsero di abbandonare le rigidità del sistema monarchico e il suo carattere protocollare per calarsi in una nuova storia dinamica, incentrata su quel processo costituente che pochi mesi dopo avrebbe fornito al paese i pilastri cui reggersi. E allora perché non cambiare il senso del 2 giugno di oggi, abbandonando un tale sfoggio o magari inserendolo in un contesto più ampio e rappresentativo della società intera. Pensate quanto sarebbe più affascinante una parata "costituente", con gli articoli della Costituzione al posto dei reggimenti, i suoi destinatari al posto di fucili e divise. 
Berlusconi dorme alla parata.
Sarebbe un giorno in cui fermarsi a capire veramente il senso della repubblica, delle sue istituzioni, delle sue origini. Non capisco perché monopolizzare la festa con una parata fatta per lo più da corpi militari professionali che, dopo l'abolizione dell'obbligo di leva, non hanno un collegamento diretto con la società. Trovo appropriata e doverosa la corona d'alloro depositata presso il Milite Ignoto all'Altare della Patria in omaggio ai caduti di tutte le guerre, ma la successiva marcia di fronte alle autorità è una caricatura di tempi remoti e oltretutto costa una decina di milioni di euro. La società di oggi ha valori diversi e in una ricorrenza così importante forse sarebbe meglio mostrare anche quelli.
Invece il protocollo e la noia continuano a sfilare. Stavolta il sonnellino del premier è un po' più comprensibile.

giovedì 2 giugno 2011

Il Grillo straparlante.

Beppe Grillo.
Chi genera movimento inevitabilmente immette caos in un sistema stabile. Solo che a volte i risultati non sono quelli sperati e il dinamico tentativo di originare un ordine diverso delle cose si riduce a una confusa sparatoria alla luna.
Beppe Grillo è una persona che ha avuto un progetto lodevole; il suo blog ha raccolto tante voci dimenticate, ha sostenuto progetti importanti fino all'idea di far nascere un soggetto politico lontano da logiche partitiche e fondato sul semplice associazionismo civico. Il Movimento 5 stelle ha preso vita dandosi un programma, misurandosi su idee e non su ideologie, ed urlando nelle piazze la propria distanza dalla politica mercenaria. Dice Grillo che "se togli i soldi alla politica resta la passione, se metti i soldi nella politica resteranno solo quelli"; tesi sommaria e condivisibile in un certo senso; ma allora perché un comico che offre uno spettacolo di un paio d'ore, non lo presenta come servizio ricreativo o divulgativo nelle piazze e invece fissa il biglietto d'ingresso a cifre proibitive per gran parte della popolazione? Non troppo democratico nè partecipativo, mi sembra.
Perché quel comico una volta rompeva i computer sul palco in segno di dissenso totale verso un mondo votato ad un vuoto progresso tecnologico e ora vede la rete di Internet come l'unica salvezza dell'umanità?
Grillo in un Vaffa-day.
Ha cambiato idea e non c'è niente di male in sè nel farlo; purtroppo però, col passare del tempo, Grillo ha dato al movimento una caratterizzazione sempre più giacobina, insistendo più sulla rivendicazione di una pura e incontaminata alterità del suo movimento, eccedendo nel livore senza evolversi nelle proposte. 
In ogni caso il riscontro elettorale è stato positivo, in alcuni casi (vedi il 10% di Bologna) eccezionale; l'ingresso nei consigli comunali dei suoi giovani seguaci è un fatto positivo che tuttavia lascia spazio a un dubbio: come faranno i suoi esponenti a realizzare progetti e a farli approvare mentre il loro leader continuerà nella sua totale intransigenza verso qualsiasi attore politico e sputerà veleno sul famigerato sistema? Del resto la politica è nella sua accezione più nobile l'arte del compromesso e non si capisce perché questo debba sempre essere visto come uno scadimento e non come un'elevazione dell'interesse pubblico. I recenti attacchi del poliedrico personaggio genovese alla sinistra sono una sua strategia di posizionamento proprio in quel sistema tanto vituperato; Grillo sa che Berlusconi è a fine corsa e adesso ha bisogno di un nemico nuovo: lo ha individuato nella partitocrazia in senso indiscriminato, concentrandosi sul Pd perché probabilmente sarà il prossimo partito al governo. Gli attacchi gratuiti a Pisapia attraverso la storpiatura del nome, innovativa tecnica comica usata persino da quel giullare che conduce il Tg4, l'oscuramento totale della notizia del plebiscito per l'ex amico De Magistris e la solita litania qualunquista, fanno pensare a un Grillo spiazzato da un tale entusiasmo popolare verso figure che non avevano la certificazione di purezza 5 stelle. Eppure hanno vinto, hanno ridato speranze e creato aspettative: i partiti sono stati strumenti e non attori protagonisti. 
Dal suo blog continuerà senz'altro a lanciare strali erga omnes e spesso saranno pretestuosi; continuerà a mostrare le violenze sugli indignados dimenticando che Pisapia era stato anche l'avvocato della memoria di Carlo Giuliani, si batterà per i referendum, scordandosi che nelle piazze festose di lunedì si parlava tanto anche di questo. Il movimento è vorticoso, si sa: le ragioni dei ragazzi restano, qui come in Spagna.
I demagoghi invece sono solo provvisori. E inutili, come diceva Pericle.