venerdì 24 giugno 2011

Il coraggio di essere giornalisti e non megafoni.

Walter Tobagi
È fissato nelle Sacre Scritture il concetto che la verità ci renderà liberi. Ha aggiunto Voltaire che "ai vivi si devono i riguardi, ai morti soltanto la verità".
Ho pensato di dedicare il post di oggi a quei giornalisti che hanno pagato con la vita per aver cercato di scoprire cosa stava dietro al buio. Le parole che seguono sono per loro, esploratori sfortunati di una Terra promessa, spostata costantemente da forze oscure.
E sono anche dedicate a Pierpaolo Faggiano, giornalista precario che si è tolto la vita pochi giorni fa non sopportando la mancanza di uno stabile riconoscimento al suo lavoro.
Pierpaolo Faggiano
L'Italia è piena di giornalisti servi, cani di compagnia del potere. Anche a loro, sperando in una repentina presa di coscienza, va il mio pensiero. Un proverbio arabo dice: "Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Chissà che leggendo le frasi di Brecht si possano ravvedere.



Il coraggio di scrivere la verità.


Bertolt Brecht
Sembra cosa ovvia che colui che scrive scriva la verità, vale a dire che non la soffochi o la taccia e non dica cose non vere. Che non si pieghi dinanzi ai potenti e non inganni i deboli. Certo, è assai difficile non piegarsi dinanzi ai potenti ed è assai vantaggioso ingannare i deboli. Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso. Rinunciare ad essere pagati per il lavoro prestato può voler dire rinunciare al lavoro e rifiutare la fama presso i potenti significa spesso rinunciare a ogni fama. Per farlo, ci vuole coraggio.
Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l'alloggio dei lavoratori, mentre tutt'intorno si va strepitando che ciò che più conta è lo spirito di sacrificio.
Quando i contadini vengono ricoperti di onori, è prova di coraggio parlare di macchine e foraggi a buon prezzo, capaci di agevolare quel loro lavoro tanto onorato. Quando tutte le radio vanno gridando che un uomo privo di sapere e d'istruzione è meglio di un uomo istruito, è prova di coraggio domandare: meglio per chi? Quando si discorre di razze superiori e inferiori, è prova di coraggio chiedere se non siano la fame e l'ignoranza e la guerra a produrre certe deformità. Così pure ci vuole coraggio per dire la verità sul conto di se stesso, di se stesso, il vinto. Molti di coloro che vengono perseguitati perdono la capacità di riconoscere i propri difetti. La persecuzione appare loro, come la più grave delle ingiustizie. I persecutori, dato che perseguitano, sono i malvagi, mentre loro, i perseguitati, vengono perseguitati per la loro bontà. Ma questa bontà è stata battuta, vinta, inceppata e doveva quindi trattarsi di una bontà debole; di una bontà difettosa, inconsistente, su cui non si poteva fare affidamento; giacché non è lecito ammettere che alla bontà sia congenita la debolezza così come si ammette che la pioggia debba per definizione essere bagnata. Per dire che i buoni sono stati vinti non perché erano buoni, ma perché erano deboli, ci vuole coraggio. Naturalmente la verità bisogna scriverla in lotta contro la menzogna e non si può trattare di una verità generica, elevata, ambigua. Di tale specie, cioè generica, elevata, ambigua, è proprio la menzogna. Se a proposito di qualcuno si dice che ha detto la verità, vuol dire che prima di lui alcuni o parecchi o uno solo hanno detto qualcos'altro, una menzogna o cose generiche; lui invece ha detto la verità, cioè qualcosa di pratico, di concreto, di irrefutabile, proprio quella cosa di cui si trattava.
Poco coraggio invece ci vuole per lamentarsi della malvagità del mondo e del trionfo della brutalità in genere e per agitare la minaccia che lo spirito finirà col trionfare, quando chi scrive si trovi in una parte del mondo in cui ciò è ancora permesso. Molti assumono l'atteggiamento di uno che stia sotto il tiro dei cannoni, mentre sono semplicemente sotto il tiro dei binocoli da teatro. Vanno gridando le loro generiche rivendicazioni in un mondo amico della gente innocua. Chiedono genericamente una giustizia per la quale non hanno mai mosso un dito e chiedono genericamente la libertà, quella di ottenere una parte del bottino che già da gran tempo è stato spartito con loro. Considerano verità solo ciò che ha un bel suono. Se la verità ha a che fare con cifre, con fatti, se è cosa arida, che per essere trovata richiede sforzo e studio, allora non è una verità che faccia per loro, non ha nulla che li possa inebriare. Solo esteriormente hanno l'atteggiamento di chi dice la verità. Con loro il guaio è che non conoscono la verità.                        
                                                                                     (B. Brecht)

1 commento:

  1. Maria Grazia Culcasi26 giugno 2011 alle ore 14:22

    Leggendo le parole di Brecht mi viene in mente un esempio lampante di quell'uomo impalpabile e surreale che egli decrive. Si chiama Pino Maniaci ed io ho avuto la fortuna di conoscerlo.
    Un uomo che ha come unico obiettivo l'educazione. L'educazione ad una cultura antimafiosa, mosca bianca nella Partinico di ieri, germoglio vigoroso nella Partinico di oggi.Pino, così si fa chiamare da tutti,grandi e piccoli, potenti e non, è il direttore di Telejato. Conduce un telegiornale con una mission ben precisa: la derisione costante e l'irrivarenza totale nei confronti della mafia. Lui lotta in prima linea con la sua telecamera, pronto a riprendere le immagini degli arresti dei potenti, quelle immagini che vediamo nei tg nazionali, cedendole a costo zero e arricchendosi di gioia ogni qual volta un potere venga sventrato. Ed è questa gioia che gli dà la forza di continuare a lottare. Inutile dire che abbia ricevuto fiumi di minaccie, subito aggressioni fisiche e osservato qualche auto bruciare, ma questo è il prezzo che devi pagare se vuoi davvero lottare contro i potenti. La sua storia è il prosieguo di una storia conosciuta in tutta Italia: quella dei cento passi.
    E se non vi fosse bastata la descrizione fatta fin ora, aggiungo che Pino Maniaci ha dovuto subire la denuncia di esercizio abusivo della professione, perchè non iscritto all'Odg. Come se gli abusivi non fossero i vari Fede, Vespa e Minzolini di questo povero giornalismo italiano.
    "Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso" e lui l'ha fatto.
    "Siamo tutti Pino Maniaci", cantilenano i suoi sostenitori. Chapeau.

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